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ULTRAS
Malati di tifo senza voglia di guarire
di Giovanni Gaudenzi
Realtà misconosciute, additate alla pubblica esecrazione. I teppisti, i violenti, secondo il pensiero dominante. La parte ancora sana del calcio moderno, se si domanda ai diretti interessati. In una sola parola, ultras. A Bologna il gruppo più numeroso, per quanto riguarda il calcio, è rappresentato dai “Forever Ultras 1974”, nati dall’unione dei Commandos e delle Brigate Rossoblù, che fin da fine anni ’60 seguivano le sorti della squadra. Accettano di parlare, anonimamente. Due martelli incrociati come logo, simboli della classe operaia, utilizzati per la prima volta nel 1984. Nonostante ciò si dicono contrari alla politica nelle curve. Sbandierano le iniziative di solidarietà per i terremotati abruzzesi (14.000 euro raccolti insieme agli altri gruppi organizzati della curva rossoblù) e per il sud-est asiatico nel 2005 (5.870 euro racimolati). Hanno anche partecipato al film “Quanti siamo, quelli che siamo”, nel 2003, alcuni collaborando alla sceneggiatura, altri come attori. Scopo «sensibilizzare chi non è ultras sull’assurda repressione che il movimento subisce da anni». Violenza? Certo, c’è anche quella. Storico l’episodio del 18 giugno 1989 alla stazione Rifredi di Firenze. Sotto il fuoco delle molotov lanciate da 4 ultras fiorentini rimase ustionato l’allora tredicenne Ivan Dall’Olio. Inizierà un calvario di dolore e operazioni, non ancora finito. I diffidati del gruppo, colpiti dal divieto di accesso alle manifestazioni sportive, sono attualmente una decina. Parlano di mentalità, una sorta di codice di comportamento che prevede la possibilità dello scontro fisico leale con l’avversario, come fosse la regola più naturale del mondo. Gemellaggi e rivalità rappresentano un’altra delle particolarità del pianeta Ultras. Ravenna, Viareggio e i tedeschi del Bochum le tifoserie amiche, tantissime le inimicizie, anche con gli ex gemellati romanisti. Perché se «i gemellaggi nascono prima da amicizie personali, poi estese al gruppo» in nome della mentalità, le rivalità possono essere «di campanile, per risultati sportivi o per questioni di accoglienza in casa o in trasferta».
Si oppongono fermamente ad ogni legge repressiva del fenomeno, non ultima la tessera del tifoso «strumento ulteriore di controllo sugli appassionati di calcio, dopo tornelli e biglietti nominali», volto alla restrizione della libertà personale (specie nel caso della possibile diffida a vita). Questa carta, inoltre, sarebbe anche a pagamento «come se i biglietti non fossero già abbastanza cari». Contrari al giocattolo del calcio moderno, puro business con «partite giocate ad orari impossibili solo per far contente le televisioni», vivono di autofinanziamento e della vendita del materiale del gruppo. Gli chiedi dei processi per la morte dell’ispettore Raciti e di Gabriele Sandri e ti citano uno striscione, “per chi spara solo 6 anni, a Speziale senza prove 14 anni”, esposto fuori dallo stadio in occasione dell’ ultimo Bologna-Juventus, il 21 febbraio 2010. Se c’è una frase che può condensare in sé il loro credo ultras è «seguire la squadra in casa e in trasferta è un dovere per un gruppo. Ci siamo ovunque, molti o pochi non cambia niente. Per i nostri colori, per la nostra maglia, per il nostro orgoglio». Ma il futuro è a tinte fosche. «Anche il nostro mondo ha le sue responsabilità, ci mancherebbe, però è un nostro diritto essere trattati da normali cittadini». Già oggi, per loro, non è così, «se poi entra in vigore la tessera del tifoso il movimento è veramente a rischio».
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