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Calano i redditi in regione, «le imprese devono fare sistema»

di Elisa Lorenzini

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Scendono i redditi pro capite a Bologna. Lo dicono i dati pubblicati da Il sole 24 ore. Il capoluogo si conferma al primo posto tra le città dell’Emilia Romagna in base al reddito imponibile medio dichiarato dai cittadini al fine del calcolo delle addizionali regionale e comunale. Rispetto al 2005 però perde una posizione nella graduatoria generale delle 119 città italiane. Le cose non vanno meglio per la maggior parte delle città della regione, che scendono in classifica. «Nella nostra regione l’anarchia fa da padrone», ogni impresa pensa per sé e così ci rimettono tutti. La pensano allo stesso modo gli economisti Massimiliano Marzo e Guido Caselli, che vedono nel fare sistema la via per arrivare nelle posizioni più alte.

A Bologna l’imponibile medio dichiarato è di 28.449 euro. L’Emilia-Romagna invece arriva a quota 20.520, registrando un -0,2% rispetto all’anno precedente. Con l’eccezione di Parma che sale al 12esimo posto in classifica con un reddito di 27.710 euro, tutte le altre città perdono posizioni. Scende di una posizione Modena, ora al 24esimo posto (26.423 euro), rimane stabile Piacenza al 31esimo posto con una media di 25.800 euro. Perde dieci posizioni Reggio Emilia che si piazza al 51esimo posto con un reddito medio di 24.494 euro. In calo di 12 posizioni Ferrara, ora al 62esimo posto (23.982 euro), meno 6 per Ravenna che figura 87esima (23.067), meno 12 per Forlì che con una media di 22.936 si piazza 88esima. Al 98esimo posto si incontra Cesena  che misura un reddito medio di 22.416 euro. Infine c’è Rimini, che con il suo 103esimo posto su 119 città fa registrare la performance peggiore. L’Emilia Romagna è in difficoltà, e sta perdendo terreno rispetto al passato, perché più di altre regioni italiane ha risentito della crisi economica. Come spiega l’economista Massimiliano Marzo, oggi soffre per tre motivi. «Le imprese regionali hanno una dimensione medio-piccola e quindi soffrono di più la congiuntura negativa. Il secondo punto è più tecnico e riguarda l’aspetto del cambio monetario. Da noi il cambio non ha subito troppo la svalutazione, cosa che non ha aiutato l’export. Invece negli Stati Uniti c’è stata una maggiore spinta all’esportazione, perché il cambio è stato svalutato. La terza questione riguarda una deficienza strutturale. Basta vedere la tangenziale di Bologna e le nostre autostrade, che sono perennemente intasate. In Emilia Romagna la politica non ha puntato sull’eccellenza, con la conseguenza di aver dato la luce a tanti nani, ma a nessun gigante».

Un punto da non sottovalutare è quello dell’evasione fiscale, che riguarda un 20-30% del reddito. Gli emiliani sono diventati tutti evasori? «L’evasione ha di certo la sua importanza- continua Marzo- ma non è la causa diretta della cattiva performance dell’Emilia, anche se comunque non si può nascondere che un certo ruolo ce l’abbia». Il problema di fondo è stato che la crisi economica ha impattato sulla domanda interna, alimentando un avvitamento verso il basso delle performance regionali. L’Emilia Romagna per risollevarsi deve mettere in campo un’inversione di tendenza. Per l’economista la soluzione è «aprirsi al nuovo, realizzare idee trainanti, puntare su investimenti globali. Si deve mirare all’eccellenza, investire sulle infrastrutture e su un piano di sviluppo. E soprattutto l’Emilia Romagna deve fare squadra. Deve imparare a fare sistema, a superare l’anarchia e l’idea che ognuno debba pensare per sé. In questo un ruolo importante devono averlo le associazioni imprenditoriali, che purtroppo non coordinano abbastanza. La parola d’ordine è creare un sistema integrato di eccellenze».

È dello stesso parere Guido Caselli, di Unioncamere. La causa della flessione che nel 2009 ha colpito i redditi emiliano-romagnoli è sicuramente dovuta all’impatto della crisi sulle esportazioni, che in regione hanno un ruolo fondamentale. Dai dati pubblicati su Il sole 24 ore, fa notare Caselli, non emerge un elemento importante: la distribuzione reale del reddito tra la popolazione. «Guardando questo nuovo elemento- spiega- si può avere un quadro più completo di cosa sta cambiando in Emilia. La distribuzione rimane abbastanza equa, ma la sperequazione è in deciso aumento. I ricchi sono sempre più ricchi, e i poveri più poveri. Questo è un segnale che il welfare non va, e si deve intervenire». D’accordo con Massimiliano Marzo il nodo più problematico è quello del perdurante anarchismo che vige tra le imprese regionali. «Si deve iniziare a ragionare come collettività, come territorio. L’”ognuno per sé” non è una strategia vincente. E’ necessario mettere in campo politiche regionali per il credito, puntare sull’innovazione, sull’internazionalizzazione sulle persone. Investire in formazione, nel benessere dei dipendenti, nel clima aziendale. E qui devono scendere in campo le associazioni di categoria, la Regione, le Camere di commercio». E conclude: «il fatto è che l’idea di fare squadra non dovrebbe più essere solo qualcosa che poi rimane sulla carta».